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La città autistica: dai margini contro la marginalità

Si pensa spesso che il rapporto con la città sia uguale per tutti, ma ognuno ha la propria percezione dello spazio urbano. C’è chi si trova a proprio agio con il caos cittadino, chi prova horror vacui nei quartieri con pochi palazzi, chi quando cammina in un viale lo vede prima di tutto come uno spazio ostile alla neurodivergenza

14 maggio 2026di Asia Vicentino

“Proviamo a immaginare un altro tipo di città, aperta alla differenza. Uno spazio dove ripensare l’incontro con le neurodiversità e dove sperimentare altri ritmi, relazioni e modi di vivere. Una città così, orgogliosamente autistica, avrebbe molto da offrire a chiunque”. Così Einaudi pubblica in copertina un estratto dal libro “La città autistica” di Alberto Vanolo, professore di geografia politica ed economica all’Università di Torino. Il testo offre un contributo innovativo al dibattito sulla giustizia socio-spaziale attraverso l’analisi dello spazio urbano, osservato con gli occhi del prisma della neurodivergenza, ovvero il racconto di un padre, quale Vanolo è, dell’esperienza urbana di suo figlio Teo, bambino neurodivergente. L’ambientazione è il contesto urbano torinese, città che, tra rigore accademico e narrazione personale, viene passata al vaglio critico della standardizzazione degli spazi cittadini e delle loro implicazioni. La premessa al libro è l’approccio dell’autore all’urbanità, stando al fatto che la definizione di città non è univoca. L’urbanità è intesa nel senso ampio di spazio quotidiano caratterizzato da molteplici dimensioni: materiali (edifici, infrastrutture, paesaggi diversi) e immateriali (aspetti socio-culturali e simbolici). La critica si sviluppa intorno alle logiche deterministiche che hanno normalizzato e standardizzato sia gli spazi urbani sia i comportamenti di chi li abita, sottolineando l’importanza di abilitare tutti gli abitanti senza costringerli a ridurre le loro necessità dentro norme sociali predefinite.

Interessante notare come il testo sia costruito, che riflette il modo in cui il professore-padre decostruirebbe e costruirebbe la città per il figlio. Ripensare la categoria standardizzata di “normalità”, per proporre una visione alternativa di città. Alla misurazione dell’autismo è dedicata particolare attenzione, e dunque criticismo, al fine di evidenziare come tali pratiche di categorizzazione contribuiscano alla stigmatizzazione: si parla di “fenomenologia dell’assenza” e di contrasto al binarismo di “sano” e “malato”. Il secondo e il terzo capitolo si concentrano sull’esperienza urbana, esplorando concetti come le passeggiate situazionistiche e le esplorazioni psicogeografiche. Il contributo da professore emerge nella discussione sulla progettazione degli spazi urbani, in cui Vanolo critica la tendenza a ridurre l’intensità e la varietà degli stimoli sensoriali in nome della prevedibilità e leggibilità. La neurodivergenza non è usata come fenomeno per studiare un nuovo paradigma urbano, ma la narrazione personale permette all’autore di adottare una prospettiva intersezionale, perché l’autismo non deve essere un’identità stigmatizzante. L’approccio richiama la nozione di Urban Ambiances di Debord (1956), che illustra come lo spazio urbano possa fungere da interlocutore attivo o sfondo nell’esperienza quotidiana, influenzando l’emotività. Così come anche il lavoro di Leslie Kern, la geografa canadese che in “La città femminista” (2021) mette in luce come le città che abitiamo siano a misura del maschio, bianco, etero, borghese ed abile. Allo stesso modo Vanolo, in linea con i disability studies, propone di leggere lo spazio nel senso di un concentrato di determinate funzioni e rispondente a determinati bisogni, quali il consumo, i ritmi di vita frenetici, luoghi con eccessi di stimoli sensoriali e audiovisivi. Il capitolo quarto introduce la prospettiva delle tattiche queer e del comportamento punk come strategie radicali per affrontare la città. Si allinea con la politica queer in denuncia della stigmatizzazione dei “corpi che non producono” e del prototipo della “persona autistica” come genio efficiente, da apprezzare a fasi alterne, con intermezzi onorifici quando risulta utile al progresso del sistema neoliberalista delle “massime prestazioni”. L’ultimo capitolo è dedicato alla visione dell’autore di “città autistica”, in cui si introducono i 4 principi generali per far rinascere le città in senso accogliente delle (neuro)diversità. Smontando soluzioni generalizzanti, ripensa gli spazi nella direzione della cura come “forma di solidarietà collettiva”. La coscienza dell’invivibilità delle nostre città è un altro tema che il libro affronta, proponendo un contro-paradigma basato sulla lentezza e sulla vita urbana comunitaria. L’idea dello spazio urbano come spazio terapeutico, di possibilità e incontri apre interessanti prospettive di ricerca e progettazione.

“Come per ogni altra forma di marginalizzazione, devono essere i corpi delle persone oppresse a costruire le forme e i linguaggi della propria resistenza” è il nocciolo della storia. Il diritto alla città si manifesta attraverso spazi pubblici, privati, collettivi, all’aperto e al chiuso, e attraverso i corpi, medium dell’esperienza urbana. Le città hanno un doppio ruolo: sono il potenziale abilitatore di corpi e relazioni, ma sono disforicamente caricabili di un potere di disciplinarizzazione e normalizzazione di comportamenti considerati devianti dalla cultura elitista e individualista. Il libro riflette sulle nostre personali derive urbane ed è uno strumento per affinare lo sguardo e l'immaginazione. Ampliare le maglie del possibile ed essere cittadini critici dello spazio perché lo vogliamo per tutte e tutti, così il professore vuole lascirci, ed è un grande regalo. 

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