Quanto costa all’Afghanistan il divieto scolastico femminile
Il paese entro il 2030 perderà 20 mila insegnanti donne, 5 mila tra dottoresse e infermiere: l’Unicef pubblica “The costa of inaction” o “Il costo dell’inazione”
Quante ragazze sognavano di diventare insegnanti e ora al mattino guardano i loro fratelli preparare lo zaino e andare a scuola? Quante bambine si immaginavano con il camice bianco in corsia e ora osservano la vita di loro amiche sposate. Quando i taleban nel 2021 sono tornati al potere, hanno sospeso l’istruzione per le ragazze dopo i 12 anni e varato pesanti limitazioni al lavoro delle donne oltre quello domestico, ma il primo a rimetterci sarà il Paese stesso. Facendo un rapido calcolo, se il divieto all’istruzione persisterà fino al 2030, il numero di ragazze private del loro diritto allo studio sarà di oltre due milioni, circa 250mila all’anno. Il grave danno sarà prima di tutto l’assenza di un ricambio per sostituire le insegnanti e il personale sanitario femminile negli unici due settori in cui alle donne è ancora permesso lavorare, salute e istruzione. 73mila maestre nel 2022, nel 2024 si sono ridotte a 66mila, il 9% in meno. Dunque, l’Afghanistan potrebbe perdere fino a 20.000 insegnanti donne entro il 20230. L’idea è quella di rimpiazzarle, solo in parte, con colleghi uomini, ma la dinamica continua a essere problematica, dal momento che per le bambine si preferiscono insegnanti donne. Tra le operatrici sanitarie- ostetriche, infermiere e dottoresse- se ne perderanno 5400 entro il 2030. Va da sé che la misura è primariamente dannosa per le donne, visto che in molte aree del paese la tradizione non consente alle figlie, alle madri e alle mogli di essere visitate da personale medico maschile. Non di importanza inferiore, la scarsa istruzione delle madri e la diminuzione dell’età al parto si riflettono anche sulla salute dei nati e delle nate.
Il report
Il nuovo report Unicef “Il costo dell’inazione sull’istruzione delle ragazze e sulla partecipazione delle donne alla forza lavoro in Afghanistan” evidenzia come questo sia un danno sociale, ma anche economico: le restrizioni all’istruzione e al lavoro femminile stanno costando al Paese già 84 milioni di dollari l’anno in termini di perdita di produzione, insieme a un calo del PIL del 12.5% da qui al 2030. Il Paese riversa già da qualche anno in una situazione difficile, si stima che 22 milioni di persone, la metà della popolazione, quest’anno avranno bisogno di aiuto umanitario, e 8 milioni di loro sono bambini. Il documento Unicef sostiene così che “the inaction” ovvero “l’inazione” non è neutrale. È una scelta attiva che accelera il declino strutturale del Paese. Al contrario, tutelare l’istruzione delle ragazze e la partecipazione delle donne al mercato del lavoro rappresenta un investimento strategico per prevenire il collasso economico e sociale a lungo termine, anche nell’attuale contesto operativo limitato dell’Afghanistan.
Punti principali
L’Afghanistan rimane uno Stato fragile. Negli ultimi anni siccità, terremoti e shock economici hanno colpito ampie fasce della popolazione. Si stima che nel 2026 21.9 milioni di persone – circa il 45% della popolazione – avranno bisogno di assistenza umanitaria. Oltre 3 milioni di persone restano sfollate nelle aree interne del Paese, mentre i recenti rimpatri da Iran e Pakistan hanno aggravato la situazione ulteriormente, aumentando la pressione sui servizi pubblici. La crescita del PIL reale tra il 2020 e il 2022 è stata registrata negativa, l’economia è tornata a crescere nel 2023. Si prevedeva che la crescista restasse positiva fino al 2026 e 2027, prima dello scoppio della crisi iraniana, ma non è stato così. L’inflazione è diminuita rispetto al picco del 2022 e la mobilitazione delle entrate interne è migliorata, raggiungendo il 15.5 % del PIL nel 2024, ma le tendenze indicano una fragile ripresa economica che potrebbe produrre effetti positivi, se sostenuta nel tempo. Delle circa 6,27 milioni di ragazze tra i 7 e i 18 anni, approssimativamente il 61% (3,8 milioni) non frequentava la scuola nel 2024. Tra le adolescenti di età compresa tra i 13 e i 18 anni, almeno 2,6 milioni erano fuori dal sistema scolastico; circa 1 milione di loro era escluso direttamente a causa delle restrizioni sull’istruzione secondaria imposte dalle autorità de-facto (DFA) in Afghanistan. Lo studio evidenzia inoltre che, nonostante la storicamente bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro, le restrizioni all’istruzione secondaria delle ragazze e alla partecipazione lavorativa delle donne costeranno all’economia afghana almeno 84 milioni di dollari all’anno nel lungo periodo, equivalenti a circa lo 0,5% del PIL del 2023. Tali perdite si accumuleranno nel tempo. L’analisi dei dati dell’Afghanistan Multiple Indicator Cluster Survey 2022-2023 evidenzia una correlazione tra il livello di istruzione delle madri e la situazione sanitaria dei bambini e bambine, incluse la copertura vaccinale, la malnutrizione cronica e il peso alla nascita. Si prevede così che il calo dei livelli di istruzione femminile peggiorerà lo stato sanitario per entrambi. Il cambiamento della leadership politica in Afghanistan nell’agosto del 2021 ha portato a questo nuovo decreto delle autorità-de facto, che ha sospeso la frequenza scolastica delle ragazze oltre il livello primario, limitato la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, anche quelle con i livelli più alti di istruzione, non consente più loro di ricoprire posizioni dirigenziali e non le autorizza a lavorare interagendo con colleghi. La legge sulla Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio (PVPV), introdotta nell’agosto del 2024, ha formalizzato le restrizioni e ne ha introdotte di più limitanti. Tali misure hanno infierito, in misura ancora maggiore, sulla capacità delle donne di accedere agli spazi pubblici, di partecipare alla vita sociale ed economica. Durante l’anno accademico 2022–2023, il primo successivo alla presa del potere da parte delle autorità de facto, si stimava che oltre la metà (circa il 58%) delle ragazze afghane tra i 7 e i 18 anni fosse fuori dal sistema scolastico, rappresentando uno dei tassi di iscrizione femminile più bassi al mondo. Nel 2020, la partecipazione femminile al mercato del lavoro era pari al 16,5%, con un rapporto occupazione-popolazione dell’11,2%. Più della metà (56%) delle donne attive nel mercato del lavoro era classificata come collaboratrice familiare, principalmente impegnata nel supporto all’agricoltura domestica o ad attività familiari non agricole, mentre solo l’1,6% delle donne occupava posizioni dirigenziali. Come indicato sopra, con questo andamento, l’economia afghana potrebbe perdere fino al 12.5% del PIL del 2022, al contrario, invece, se tali decreti venissero revocati e fossero adottate misure per integrare maggiormente la componente femminile nell’istruzione e nel mondo del lavoro, l’economia potrebbe registrare un incremento fino al 35% del PIL (rispetto al 2022).
Le soluzioni Unicef
Le autorità-de facto in Afghanistan dovrebbero revocare il divieto imposto all’istruzione secondaria e universitaria delle ragazze. A ogni anno di ritardo: aumenta la quota di donne prive di istruzione, che contribuisce a perdite annuali del PIL pari a 84 milioni di dollari, equivalenti al 20% della crescita economica potenziale. Potrebbe aumentare il tasso di malnutrizione cronica nei bambini e bambine tra 0 e 59 mesi (sotto i 5 anni): le stime mostrano che il tasso di stunting, malnutrizione cronica, nei bambini sotto i 5 anni è aumentato dal 44.7% al 45.6%, colpendo 10.000 bambini in più. Potrebbe portare a una bassa copertura vaccinale e a un calo dell’assistenza prenatale e dei parti assistiti per le donne in gravidanza. I donatori e i partner internazionali dovrebbero continuare a investire nell’istruzione primaria, sia come percorso fondamentale per lo sviluppo del capitale umano, sia come dimostrazione dell’impatto positivo, per le ragazze, di un ambiente educativo inclusivo. Le DFA dovrebbero tutelare la formazione professionale e consentire alle donne di partecipare al mercato del lavoro. Questa misura potrebbe aggiungere annualmente 0,5 punti percentuali alla crescita economica, con ulteriori benefici qualora si ampliassero le opportunità educative e occupazionali per le donne. La direttrice generale dell’Unicef, Catherine Russell, ha commentato: “L'Afghanistan non può permettersi di perdere future insegnanti, infermiere, dottoresse, ostetriche e assistenti sociali, che sostengono servizi essenziali. Questa sarà la realtà se le ragazze continueranno a essere escluse dall'istruzione”. Qui si tratta di interrompere vite di ragazze, che da un giorno all’altro si sono ritrovate prive del diritto all’istruzione e obbligate a stare in casa. Quello che per le autorità sembra solo una limitazione della libertà femminile, è una restrizione drastica della libertà del Paese, e il prezzo da pagare è già alto e pronto a incombere pesantemente.
