“No Kings”, origini e significato del movimento contro i re e le loro guerre
Utilizzare le bombe per esportare la democrazia: un sistema che fa comodo solo a chi governa
Con l’attacco di Israele e USA all’Iran, si è riacceso per l’ennesima volta il fatidico tema delle “bombe di pace”: non è la prima volta che l’Occidente utilizza guerre e bombardamenti a tappeto sui civili con la retorica del voler esportare democrazia e combattere nemici sanguinari. Anche contro questa ideologia, nelle ultime settimane stanno tornando in strada i movimenti pacifisti al grido di “No Kings” per far sentire la propria voce “contro i re e le proprie guerre”. Nato negli Stati Uniti e usato contro le politiche autoritarie di Donald Trump, si tratta di un movimento che abbraccia realtà diverse ma tutte accomunate dal rifiuto di ogni forma di autoritarismo e concentrazione del potere al grido di "No Tyrants" e "No Dictators".
Ma cosa sono i movimenti pacifisti?
Si tratta di movimenti che si battono per il riconoscimento universale dei diritti umani, contrastano il verificarsi di guerre, l’utilizzo di qualsiasi forma di violenza come possibile soluzione dei conflitti e si oppongono alla proliferazione degli armamenti. Chi vi aderisce, si impegna a costruire campagne nazionali e internazionali attraverso repertori d’azione non violenti come la disobbedienza civile, le marce, ma anche attività di pressione a livello istituzionale ed attività educative alla non-violenza. Ma risaliamo all’origine di questi movimenti. Dobbiamo tornare al 1795, alla pubblicazione del “Trattato per la pace perpetua” di Immanuel Kant, che già allora progettava la costruzione della pace e l’abolizione della guerra. Questo scritto può essere considerato il primo manifesto pacifista, ma è nel XIX secolo che iniziano a sorgere le prime vere e proprie società pacifiste a Londra e negli Stati Uniti: legate al comandamento religioso “non uccidere”, ben presto cominciarono ad invocare un forte e schietto “no alla guerra!”. I fautori di questo progetto furono dei quaccheri, fondatori della London Peace Society e della New York Peace Society. E poi la marcia da Londra ad Aldermaston del 1958, in protesta contro le armi atomiche, e la maxi manifestazione mondiale del 2003 anti-guerra in Iraq segnano delle date decisive nella storia del pacifismo più recente.
E in Italia?
Nel 1948, l’attivista Pietro Pinna si rifiutò di partire per la leva militare andando incontro all’arresto. In quel periodo storico la chiesa era dalla parte della legge e condannò questo gesto, che però rimase alla storia come pietra miliare del pacifismo italiano.
Quando si parla di pacifismo oggi, il focus principale è la richiesta di cessate-il-fuoco, dialogo diplomatico e disarmo, con particolare attenzione alle guerre in Ucraina, a Gaza e in Medio Oriente. Tra i protagonisti in Italia, la “Rete Italiana Pace e Disarmo (RIPD)” ed “Europe For Peace” a livello internazionale. Il movimento pacifista contemporaneo si presenta come un insieme eterogeneo di reti, associazioni e attivisti che operano su scala locale e globale, spesso senza una struttura centralizzata e tende a intrecciarsi con altre istanze, come la giustizia climatica, i diritti umani e la critica alle disuguaglianze economiche, configurandosi come un campo più ampio di pratiche sociali e politiche. L’uso dei social media ha ampliato la visibilità delle mobilitazioni, pur esponendole a semplificazioni e polarizzazioni e purtroppo esse faticano a imporsi a livello politico e decisionale, spesso etichettate come “utopie” e velleità irraggiungibili, che poco hanno a che fare con la realtà. I dati parlano chiaro: la recente indagine commissionata dal ministero della Difesa all’Istituto Piepoli (2025), ci dice e quelloche l’80 per cento dei giovani italiani intervistati sarebbe disponibile a morire per la propria famiglia, ma solo uno su tre compirebbe il massimo sacrificio per il proprio Paese. I sondaggi in tutta Europa dicono che i 18enni non sono permeabili alla retorica bellicista che è tornata alla carica dopo 80 anni di pace in Europa e per questo sarebbe ancor più necessario far sentire la propria voce in movimenti convinti e in grado di mobilitarsi con convinzione. I governi e l’Unione Europea fingono di non vedere. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen non fa altro che parlare di riarmo, guerra e armamenti invece di fissare la posizione europea su un convinto pacifismo. “Se l’Europa vuole evitare la guerra, deve prepararsi alla guerra” è arrivata a dire pochi mesi fa in occasione di un discorso ai cadetti danesi a Copenaghen. La pace, è la posizione dei politici europei, è stata solo una felice parentesi, alla quale però dobbiamo abi- tuarci a rinunciare. “Ci siamo rapidamente convinti che questo periodo davvero eccezionale, che ha visto la caduta della cortina di ferro e del muro di Berlino e la liberazione di intere nazioni e popoli, fosse una nuova normalità. Questo ha portato a un sottoinvestimento nella difesa e, francamente, a un eccesso di compiacimento. I nostri avversari hanno utilizzato quel tempo non solo per rimobilitarsi, ma anche per sfidare le regole che governano la sicurezza globale. Oggi, però, l’era dei dividendi della pace è ormai lontana”.
Ma per quanti di noi queste parole sono accettabili? La pace è veramente una breve parentesi di cui dobbiamo disabituarci? Oppure il grido di pace contro i re e le loro guerre deve alzarsi fino ai palazzi del potere?
