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Autodiagnosi online: perché la Gen Z cerca risposte su TikTok

Dai video sull’ADHD ai contenuti sull’autismo, sempre più giovani si interrogano sulla propria salute mentale attraverso i social

23 ottobre 2026 |  di Camilla Fioretto

Bastano pochi secondi su TikTok per imbattersi in video che riportano esperienze personali, comportamenti e difficoltà in cui è facile riconoscersi. Per alcuni giovani, questi contenuti rappresentano il primo passo verso una maggiore consapevolezza di sé. Per altri, il rischio è arrivare a una diagnosi senza essersi mai rivolti a un professionista. È il fenomeno dell’autodiagnosi online, che apre interrogativi sul rapporto tra social network e salute mentale.

Perché cerchiamo risposte online?

I dati ci aiutano a capire quanto sia diffuso il fenomeno. Secondo un sondaggio condotto nel 2025 da Researchscape International per LifeStance Health su 1.110 adulti statunitensi, il 55% degli intervistati appartenenti alla Gen Z ha cercato consigli sulla salute mentale sui social. Tra questi, il 45% degli utenti che vi si sono rivolti per questo motivo indica come fattore determinante la rapidità e la convenienza del mezzo. Se è vero che l’immediatezza di risposte che offre la ricerca online è fra i principali fattori che causano questo fenomeno, giocano un ruolo importante anche l’incertezza che accompagna i primi passi verso una maggiore consapevolezza rispetto alla propria salute mentale e la volontà di sentirsi capiti tramite il racconto dell’esperienza altrui. E’ rilevante anche come circa un quarto degli intervistati percepisca ancora molto lo stigma riguardante la salute mentale e nutra una diffusa mancanza di fiducia verso il mondo della sanità. 

Quando riconoscersi in un sintomo diventa una diagnosi

A rendere il fenomeno particolarmente complesso è la natura stessa dei contenuti che circolano sui social, composti principalmente da video brevi, liste di sintomi e testimonianze personali, che permettono di avvicinarsi a temi come l’ADHD, l’autismo e i disturbi d’ansia con un linguaggio accessibile e immediato. Ed è proprio questa semplicità che difficile distinguere un’informazione utile da una descrizione troppo generica, correndo il rischio di scivolare in una percezione del proprio “disturbo” talvolta esagerata o drastica.

Molte delle esperienze condivise online che riguardano difficoltà di concentrazione, procrastinazione, stanchezza dopo le interazioni sociali o problemi nella gestione delle emozioni sono esperienze nelle quali molte persone possono riconoscersi. Il rischio è quindi che una prima ipotesi, nata dal riconoscimento di un’esperienza condivisa online, venga interpretata come una diagnosi certa. 

A questo si aggiunge il ruolo degli algoritmi, che possono continuare a proporre contenuti simili a quelli con cui un utente ha già interagito, rafforzando l’impressione di ritrovarsi in quelle descrizioni.

Dall’informarsi online al sapersi diagnosticare

Il rischio dell’autodiagnosi non riguarda soltanto la possibilità di attribuirsi un disturbo che non si ha, ma anche quella di individuare una spiegazione parziale per un disagio reale. Difficoltà di concentrazione, per esempio, possono essere associate all’ADHD, ma anche a condizioni diverse, come ansia, depressione e disturbi del sonno. Come sottolineano i Centers for Disease Control and Prevention (CDC), distinguere tra queste possibilità richiede una valutazione che tenga conto della storia personale e dell’impatto dei sintomi sulla vita quotidiana.

È bene ricordare che la facilità con cui è possibile trovare online una spiegazione per i propri sintomi non corrisponde necessariamente alla sua accuratezza. Se i social possono contribuire a far emergere domande sulla propria salute mentale, non sempre offrono gli strumenti per trovare risposte attendibili. La diffusione di informazioni accessibili, ma non necessariamente accurate, rende così sempre più importante saper distinguere tra contenuti che aiutano a comprendere un disagio e quelli che rischiano di semplificarlo.

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