Quello che le donne non meritano
Le discriminazioni e le ingiustizie subite dalle donne nell’ultimo periodo
La violenza non finisce con la morte
I media, che siano a mezzo stampa o digitali, sono il mezzo di informazione più efficace che abbiamo a disposizione; ma a volte, come nel caso della narrazione dei femminicidi, possono diventare anche un potente strumento di violenza. Così la violenza non si arresta nemmeno con la morte, continua a vivere negli articoli di giornali che presentano le vittime come povere sfortunate o, peggio, come cornice per il racconto di ragazzi “normali” che hanno avuto una défaillance. Un esempio eloquente di questa dinamica ce lo fornisce Ella Marciello correggendo un articolo di Repubblica scritto totalmente al passivo dal punto di vista della vittima: non “una giovane… è stata segregata in una cantina”, ma “un giovane… ha segregato una ragazza in una cantina”, spostando cosi, come afferma la stessa attivista, la responsabilità “da chi ha subito la violenza a chi l’ha causata”. Altro tratto caratteristico dei media è l’onnipresente necessità di sottolineare quanto la coppia fosse apparentemente sana, volontà che spesso prende forma in foto sorridenti incollate in prima pagina o in racconti delle vacanze passate insieme. Insomma, una cosa è chiara: abbiamo un problema con la violenza di genere e un problema altrettanto grande con la sua narrazione.
Le donne nello sport ci piacciono solo nude
“Pensi di conoscere lo sport? Provalo”, esordisce in uno spot Sydney Sweeney, protagonista della nuova campagna commerciale “Just sports” di Novig, app americana di trading sportivo. La breve pubblicità dovrebbe mettere in risalto la centralità dello sport per Novig, “niente guerra, niente morte, niente politica, solo sport” recita il motto, eppure di sport nel video non ce ne è neanche la traccia. L’attrice viene immortalata nuda, mentre recita frasi volutamente a doppio senso e coperta solo da palle di vario genere: “puoi provare questo” dice coperta da una palla da tennis, “o questo” riparata da una racchetta da tennis, “e anche questo”, nuda e sdraiata su un tavolo da biliardo. Una campagna pubblicitaria che ha infiammato il web e chi lo sport, soprattutto quello femminile, lo conosce davvero e ne fa una professione, con coraggio, passione e sacrifici. Ancora una volta ci viene mostrata l’unica immagine possibile che immaginiamo delle donne nello sport: figure marginali e protagoniste solo se sessualizzate, solo se oggetto di desiderio per gli uomini: uno sport, insomma, che la società patriarcale conosce bene e in cui alla fine ne usciamo sconfitti tutti quanti.
