Disattendere le aspettative per tornare a stare bene
I ragazzi non sono risultati da raggiungere, ma storie da raccontare: ne parliamo con il sociologo Roberto Latella
Roberto Latella è un sociologo, negli ultimi mesi si è appassionato e occupato principalmente di un tema: come la società della performance e del merito incida sulla salute psicofisica dei giovani e nelle relazioni educative, non solo in ambito scolastico ma anche nei contesti familiari e sociali. Dopo aver scritto articoli di natura metodologica ha sentito la necessità di affrontare il tema parlando direttamente con i ragazzi, ascoltando il loro punto di vista e verificando quanto le pressioni sociali incidano sul loro benessere.
Cosa è emerso dai dialoghi con i ragazzi?
Con i ragazzi sono emerse cose che immaginavo, ma alcune testimonianze hanno di lunga superato ciò che pensavo. Ho ascoltato ragazzi dalle medie all’università e mi è sembrato che molti di loro soffrano terribilmente le aspettative, sia a scuola che altri ambienti, i social in primis. Molti ragazzi mi hanno raccontato di essere diventati i “peggiori giudici di sé stessi” in risposta alle attese esterne, una ragazza mi ha spiegato che è come avere una “matrigna interna”: quando Cenerentola non porta a termine i compiti assegnati viene rimproverata, in questo caso, invece, quando disattende le aspettative la matrigna diventa lei stessa. La cosa che mi ha colpito di più è quanta consapevolezza i giovani abbiano di questa condizione, hanno una grandissima intelligenza emotiva e una grande consapevolezza di come abbiano il diritto di essere vulnerabili e fragili. Ho chiesto loro di individuare i diritti che ritenevano più importanti e che rivendicavano da una lista: i giovani chiedono il “diritto a rallentare, a sbagliare”, qualcuno chiede persino “il diritto di essere mediocri”, come diritto a “fare perché è bello, ma senza dover eccellere per forza”. Credo che in questa generazione ci sia la capacità di affermare che questo non è malessere individuale, è un fatto collettivo che necessita di azione collettiva. I ragazzi vogliono riprendersi il diritto di decidere chi vogliono essere, non chi devono essere.
Oltre ai ragazzi hai potuto ascoltare anche le testimonianze di alcuni educatori: trovi che siano consapevoli dei sentimenti e della condizione di disagio che hanno espresso i giovani?
Dobbiamo fare una distinzione quando parliamo di educatori: da una parte c’è chi lavora nei servizi educazione extra scolastici come centri di aggregazione, ludoteche, progetti contro la dispersione scolastica; dall’altra parte ci sono gli educatori integrati nel sistema scolastico. In entrambi, ma forse più nei primi, c’è consapevolezza che qualcosa non va, in molti si chiedono come si possa educare oltre la performance. Dall’altra parte, il problema è che anche loro, più i secondi, sono perfettamente inseriti nella logica delle performance: sono tenuti a rispettare programmi e contenuti in tempi stretti e anche il loro mandato, come negli studenti, è letto in termini di risultato e non di percorso. Credo che la problematica di cui stiamo parlando in chiave giovanile, in realtà, riguardi anche molti insegnanti: alcuni hanno grande ansia di non riuscire a far bene il loro lavoro, di non rientrare nei tempi e così via… insomma sono inseriti anche loro nella catena dei risultati.
Come si rompe allora questa “catena dei risultati e della performance”? I ragazzi e gli educatori hanno proposto delle soluzioni?
Il primo passo è cominciare a nominare il problema, renderlo visibile. Non è una soluzione, ma di certo non possiamo aspettarci che siano i ragazzi a proporcela, che in questo momento devono agire in forma di protesta. Qualche educatore ha iniziato a ragionare su quali possono essere forme pratiche di educazione incentrate sulla dimensione processuale e non sul risultato finale, riconoscendo nell’educatore un compagno di esplorazione e non qualcuno che deve ottenere un risultato dagli studenti. Si pensa a nuovi scenari in cui i ragazzi non sono soggetti da portare a un livello educativo standard, ma storie che possono avere innumerevoli strade per evolversi, e che gli educatori devono aiutare a esplorare per trovare un posto nel mondo. Può succedere che non si raggiunga il livello imposto dal sistema educativo, ma non si potrà mai aver sbagliato il proprio posto nel mondo, perché non ha niente a che vedere con un risultato; questo è il ruolo degli educatori.
