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Studiare in carcere: sempre più detenuti si iscrivono all’Università

L’esecuzione della pena in carcere si possono terminare cicli di studio e iniziarne di nuovi. Il numero di iscritti è in costante crescita. Studiare in carcere non è solo apprendere informazioni ma riabituarsi al dialogo con la società in nome della cultura

22 maggio 2026di Asia Vicentino

Nel precedente anno accademico gli studenti erano 1837, con 1769 iscritti e 68 iscritte, il doppio rispetto al 2019, anno che registrava 796 iscritti. Il report annuale della Cnupp, la Conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i poli universitari penitenziari, fa emergere dati incoraggianti. Dei 1606 detenuti iscritti a un corso di laurea- gli altri 231 sono in misura alternativa o di comunità o semiliberi- oltre la metà provengono dalla media sicurezza, 870, seguiti dall’alta sicurezza, 644. Interessante il dato sui detenuti al 41 bis: degli oltre 700 sottoposti al regime del carcere duro, in 52 sono frequentanti, seppur a distanza, in Università.

Gli istituti di pena in cui i detenuti-studenti sono pari o superiori a 10 sono 50. San Gimignano ha 99 studenti iscritti, che non è un dato sottovalutabile considerando che il penitenziario in questione ospita poco più di 300 detenuti. Alcuni iscritti ha anche l’ateneo di Siena, altri l’Università per stranieri che l’anno scorso ha visto uno studente mettere la corona d’alloro con 110 e lode. In cima alla classifica ci sono anche Milano Bollate (98) e Napoli Secondigliano (95). Tali numeri sono stati resi possibili dall’aumento dei poli universitari penitenziari: 47 oggi, più del doppio di 7 anni fa quando erano 22. Accordi tra i provveditorati regionali dell’Amministrazione penitenziaria e i poli garantiscono supporto e un’offerta formativa continuativa per chi vuole frequentare l’Università mentre sconta la pena. Maria Grazia Giampiccolo, direttrice della casa penitenziaria di San Gimignano, crede fortemente nel progetto “Sicuramente la crescita personale passa per la crescita culturale. Poter offrire questi strumenti alle persone, soprattutto se detenute, rappresenta un valore aggiunto”. L’Università Statale di Milano opera su Opera, Bollate e con il tempo si sono aggiunte Vigevano, Pavia, Monza e Voghera. Gli esami si effettuano all’interno degli istituti, grazie alla disponibilità di professori e assistenti. L’ateneo meneghino conta il maggior numero di detenuti iscritti (164), seguono Torino (152), Milano-Bicocca (100), Federico II di Napoli (94) e Siena (92). Alla Statale, se studi scontando una pena vieni esonerato dal pagamento delle tasse: non è il detenuto che fruisce dei servizi ma è l’Università a entrare in carcere.

A ogni studente si offre un tutor e ogni giorno studenti e studentesse incontrano i propri colleghi di corso in carcere. Così facendo, i detenuti accedono ad appunti, riassunti e materiali delle lezioni, ma possono vivere anche la dimensione della relazione. Chiara dell’Oca, responsabile dell’ufficio Progetto Carcere dell’ateneo di via Festa del Perdono, spiega “Il tutor diventa davvero un interlocutore privilegiato, ridando quell’atmosfera di confronto e socialità che si sviluppa in aula e di cui il ristretto non può godere”. Sono 200 i tutor universitari dell’ateneo milanese in affiancamento ai ristretti, quasi 700 quelli in lista d’attesa. L’attività volontaria, registra sempre una grande partecipazione, tanto che talvolta si fatica ad assorbire tutte le richieste. Solo quest’anno il personale della Statale ha svolto 250 esami nelle carceri in cui è presente. La relazione è ciò che motiva i detenuti a frequentare l’Università, spesso non si tratta dell’ambizione a intraprendere un percorso, ma la dimensione dello scambio con l’altro motiva a studiare: parlare con gli altri di realtà diverse, ascoltarsi a vicenda, scambiarsi opinioni e perplessità. Il segnale risulta evidente durante i colloqui pre-immatricolazione, dice Dell’Oca: “è ormai molto comune che ci dicano che è il loro compagno di cella a spingerli a parlare con noi del polo, per impiegare bene il loro tempo”.

Il carcere è un macrocosmo a parte. L’età dei frequentanti non è la “classica”. Nell’ultimo anno accademico gli iscritti tra i 18 e i 35 anni sono il 19%, il 43% ha tra i 36 e i 50 anni, il 38% ha dai 51 anni in su. Molte persone sono partite dai livelli base, quasi da una condizione di analfabetismo, e in carcere hanno iniziato i loro studi, arrivando anche all’Università. Così da un lato si spiega l’età media alta, ma aspetto più importante, il penitenziario si mostra rappresentare quel luogo di seconda opportunità nella vita, in cui i detenuti possono così cogliere quelle opportunità formative che non hanno intrapreso da liberi. Il gap di età tra i tutor e gli studenti ristretti non è mai un problema, lo scambio resta sempre: dai ragazzi dell’Università arriva supporto di materiali e consapevolezza del percorso di studio, mentre il contributo delle persone ristrette è personale, nella condivisione di esperienze di vita. Il 27% degli iscritti nell’ultimo anno accademico frequenta corsi dell’area letteraria-artistica; segue un 17% che vuole specializzarsi nell’area politico sociale e un 12% in quella giuridica. L’offerta formativa per le STEM è più limitata, necessitando di laboratori ed esercitazioni pratiche, ma non mancano le eccezioni, il 6% degli iscritti, e il 4% nell’area medico-sanitaria. La presenza fisica dei poli universitari penitenziari sembra uno dei motivi alla base della crescita costante del numero dei detenuti iscritti all’Università: scuola che in greco è skolh, il tempo libero, si riconferma il centro della rinascita del senso comunitario.

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