Libertà d'informazione: in Europa siamo ai minimi storici
“Hard times” direbbe Charles Dickens, e in Italiano è proprio Tempi Duri, ma per il giornalismo si è arrivati ben oltre. RsF segnala che la libertà di stampa in Europa non aveva mai toccato posizioni così basse
Reporter senza Frontiere ha stilato un indice della libertà di stampa nel mondo e l’Italia è al 49° posto. Negli ultimi anni la posizione è peggiorata, soprattutto per gli standard europei, che vedono paesi come il Belgio o i Paesi Bassi tra i primi posti. In tutto il mondo la libertà di informazione sta facendo passi indietro. In un rapporto della RSF si legge che “Per la prima volta da quando esiste, l’indice segnala che le condizioni di chi fa giornalismo sono ‘difficili’ o ‘molto difficili’ in più di metà dei paesi del mondo, mentre raggiungono un livello ‘soddisfacente’ solo in un paese su quattro”. Anche i dati di v-Dem, un progetto di ricerca con base in Svezia, indicano che la libertà di stampa nel mondo è molto diminuita dal 2004, passando nella scala da 0 a 1 da un punteggio di 0.66 a 0.49, la differenza che può essere registrata oggi tra il Messico e l’India, che è governata da un partito nazionalista indù.
Corruzione e informazione
L’aspetto critico, rilevato dagli indici, è che il declino di cui si parla non riguarda, ovviamente, le dittature, dove il giornalismo è impossibile, ma negli stati che si dicono democratici. La logica dietro è non soffocare del tutto le critiche, manipolare gli incentivi per i giornalisti cosicché le comunità di lettori ricevano elogi al potere e saltuariamente qualche critica. L’informazione, in molte democrazie, si è trasformata in una protezione di chi è al potere. Un’analisi dell’Economist ha evidenziato un forte legame tra la corruzione e la pressione sui mezzi d’informazione. Con i dati raccolti di v-dem, in ottant’anni e in circa 180 paesi, si è mostrato che la riduzione della libertà di informazione in un dato paese di solito indica che la corruzione in futuro diventerà più grave. Meno giornaliste e giornalisti indagano liberamente, più per le autorità è facile intascare bustarelle o fare favoritismi senza incontrare opposizione. In Serbia, nel novembre del 2024, la tettoia di una stazione ferroviaria crolla e uccide 16 persone. Tempo dopo si scopre che la costruzione era stata progettata male, e la colpa, molto probabilmente, era della corruzione. Dopo l’incidente il paese è invaso da forti proteste, un giornalista indipendente decide di raccontare la storia. Lui, altri manifestanti e altri giornalisti vengono aggrediti più volte dalla polizia. Secondo l’Associazione dei giornalisti indipendenti serbi, solo nel 2025 il paese ha visto 91 aggressioni ai giornalisti. I colpevoli raramente vengono puniti e lo stato con ipocrisia non chiude in carcere i giornalisti per ciò che scrivono, ma le autorità trovano mille modi per complicargli la vita e il lavoro se non sostengono il governo. La Serbia è una democrazia.
Un circolo vizioso
Al contrario, l’incremento della corruzione è a sua volta un buon indicatore di una riduzione futura della libertà dei mezzi d’informazione: quando le persone al potere nascondono, hanno un motivo in più per allontanare chi non vuole nascondere niente. Wahyu Dhyatmika, amministratore delegato di Tempo Digital, una testata indipendente indonesiana, racconta che a un giornalista è stata recapitata la testa di un maiale, mentre altri hanno ricevuto decine di consegne di pasti che non avevano ordinato. “Un modo per ricordargli che i potenti su cui stavano indagando sapevano perfettamente dove trovarli”. Il costo delle scelte politiche autoritarie si manifesta solo gradualmente, e questa una lenta dimostrazione. L’Economist fa notare come dopo una stretta sui mezzi d’informazione, ci vogliono in media quattro anni prima che emerga metà dell’aumento della corruzione. In pratica, le istituzioni conservatrici autoritarie e corrotte fanno leva sull’inerzia. Se oggi un leader politico mette la museruola alla stampa, elettrici ed elettori percepiranno un aumento dell’attività illecita solo successivamente alle prossime elezioni. L’altra dinamica da non sottovalutare è quella per cui, a causa della riduzione della libertà dei mezzi d’informazione, le élite danno per scontato di non dover giustificare le loro scelte politiche. L’ascesa del populismo è così alle porte, la ragione viene meno e ci si affida alle emozioni, e la prima mossa dei leader populisti è quella di indebolire il sistema istituzionale di controlli e contrappesi del potere, i mezzi d’informazione ne fanno ovviamente parte. L’analisi statistica dell’Economist ha quindi rilevato che politiche populiste, la corruzione e gli attacchi ai mezzi d’informazione indipendenti vanno congiuntamente e si rafforzano vicendevolmente. Chi imbavaglia la stampa oggi, governerà peggio domani.
Le mascherate tecniche autoritarie
Jodie Ginsberg, capo del Committee to protect Journalists, informa che negli ultimi anni sono state adottate tecniche, usati di solito dai regimi autoritari, in paesi democratici, o almeno teoricamente tali. I trucchi sono tre. Il primo, quello retorico: i giornalisti vengono additati come minacciosi per la nazione. In India, i sostenitori del partito al potere chiamano i giornalisti critici del governo “presstitutes”: un incrocio tra press (stampa) e prostitutes (prostitute). Di recente Donald Trump ha definito “sovversivo e forse addirittura un tradimento” il fatto che il New York Times abbia pubblicato documenti “falsi” per “diffamare e sminuire il presidente degli Stati Uniti”. E ha aggiunto che i giornalisti “sono nemici del popolo e dovremmo intervenire”. La Casa Bianca diffonde regolarmente una lista di “delinquenti dell’informazione” con i nomi dei giornalisti che secondo l’amministrazione sono bugiardi, incapaci e “pazzi di sinistra”. Oggi, solo l’otto per cento dei repubblicani è convinto che i giornalisti facciano il loro lavoro in modo equo e accurato. Trump demonizza i giornalisti e i leader del resto del mondo non fanno diversamente, sentendosi giustificati. In tutte le democrazie del mondo la libertà d’espressione è garantita dalla legge, per i governi dovrebbe essere difficile usare il diritto penale contro i giornalisti. Quello che si fa, invece, è appellarsi al diritto civile, inserendosi in cause di milionari che vogliono solo mandare in bancarotta le giornaliste e i giornalisti sgraditi.
Il secondo metodo è colpire le società che controllano i mezzi d’informazione. I governi diffondono l’dea che i giornalisti siano inaffidabili, li accusano di reati comuni, e li spingono ad autocensurarsi. La tecnologia digitale da un lato permette a chiunque di diffondere informazioni, immagini e filmati, dall’altro è stata subito additata dai governi come minaccia. In Zambia una legge criminalizza la “rivelazione non autorizzata” di “informazioni critiche”, definite come qualsiasi notizia legata “alla sicurezza della popolazione, alla sanità, alla stabilità economica e alla sicurezza nazionale”. L’altro fattore attaccato sono le fonti. Ogni giorno è sempre più probabile che le fonti di informazione online siano manipolate dal governo o da altri potenti.
L’ultimo tipo è la coercizione economica. I governi hanno risorse enormemente maggiori degli editori, e non aspettano altro che questo. RsF informa che in 160 dei 180 paesi presi in esame, le testate giornalistiche faticano a raggiungere la stabilità economica. Quando finanziatori e ong affiancano i giornali indipendenti, i governi hanno già la risposta: introducono leggi contro gli “agenti stranieri”, Putin è molto abile in questo ambito. Altra strategia è convincere i milionari, sostenitori del governo, a comprare le testate considerate critiche. Combinate tra loro, queste tecniche possono avere un effetto devastante. In India, la democrazia più popolosa del pianeta, i giornalisti sono teoricamente liberi di scrivere ciò che vogliono, ma chiunque provi a rivelare gli abusi commessi dai nazionalisti indù del Bharatiya janata party va incontro a una tempesta di azioni ostili. Oggi, più che mai, la libertà di stampa è un diritto da proteggere con le unghie e con i denti, non essendo per nulla dissociato dalle nostre libertà personali.
