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Vauro Senesi, la forza delle immagini contro la guerra

Intervista al vignettista che racconta guerre e conflitti

07 aprile 2026di Alessandra Testori

Vauro Senesi è vignettista, autore e commentatore tra i più riconoscibili del panorama italiano. Da anni attraversa, con la satira e con la scrittura, i temi della guerra, dei diritti, del potere e dei conflitti contemporanei. Il suo ultimo libro, Io sono colpevole. Gaza: il silenzio ci rende complici, è una riflessione dura e diretta su Gaza, sull’indifferenza e sulla responsabilità di chi assiste senza prendere posizione.

Partiamo dal referendum sulla Giustizia. Colpisce il dato della partecipazione dei giovani. Come lo leggi?

È un dato importante perché smentisce un sacco di cliché idioti. Quelli secondo cui i giovani sarebbero disinteressati, sempre al telefonino, lontani da tutto. Non è così. I giovani si muovono quando le cose sono chiare. Quando capiscono che c’è qualcosa da difendere. È lo stesso popolo che è sceso in piazza per la Palestina, spesso anche prima di avere l’età per votare, e che per questo è stato manganellato e criminalizzato. E lo stesso vale per la difesa della Costituzione. Quando invece trovano ambiguità, compromessi, tatticismi, si allontanano.

A proposito di Palestina, nel tuo lavoro su Gaza dici che il silenzio ci rende complici. Quando il silenzio diventa responsabilità?

Credo che il silenzio diventi responsabilità quando ci troviamo davanti all’orrore della guerra. Per anni ho pensato che fosse la forma più estrema della violenza contemporanea, ed era già abbastanza per farne una ragione di indignazione e di impegno civile, sociale e politico. Poi ho dovuto ricredermi, perché da quell’orrore è nato qualcosa di ancora più grave: il genocidio. Quello che sta accadendo in Palestina, a Gaza e in Cisgiordania, e che rischia di estendersi altrove, non è più soltanto guerra. È una violenza organizzata e pianificata che non punta solo a ridefinire assetti geopolitici o territoriali, ma arriva a comprendere l’eliminazione di interi popoli. È questa, per me, la differenza decisiva. La guerra è già un orrore storico. Ma il genocidio aggiunge un elemento ulteriore, una volontà politica che lo prepara, lo dirige, lo rende possibile. Per questo è ancora più feroce e disumano, non ha come obiettivo il riequilibrio dei poteri, ma lo sterminio. Di fronte a tutto questo, il silenzio non può più essere scambiato per prudenza. Anche se non siamo sotto le bombe, non siamo esterni. Da osservatori, rischiamo di diventare complici. È qui che il silenzio diventa responsabilità, quando, davanti a un genocidio, continuiamo a guardare senza prendere posizione.

Cosa significa oggi essere pacifisti?

Per me oggi essere pacifisti non significa limitarsi a una dichiarazione di principio. Ho lavorato a lungo con Gino Strada, a cui mi legava anche una profonda amicizia, e c’è una sua frase che per me resta decisiva: “Io non sono pacifista, io sono contro la guerra”. Sembra una contraddizione, ma non lo è. Il pacifismo può restare sul piano morale; essere contro la guerra, invece, significa trasformare quella condanna in un fatto politico, sociale e culturale. Significa farne impegno concreto, priorità reale, azione. È in questo senso che richiamo l’articolo 11 della Costituzione, quando afferma che l’Italia ripudia la guerra. È una parola forte, che non ha solo un valore morale ma anche pienamente politico e costitutivo. Indica un’idea di democrazia e di comunità politica fondata proprio su quel rifiuto. Per questo, oggi, essere davvero contro la guerra significa impegnarsi perché quel ripudio diventi una priorità assoluta dell’agenda politica e del nostro agire. Significa tradurre un principio etico in mobilitazione, pressione sociale, organizzazione culturale e politica. Perché una politica separata dall’etica, per come la vedo io, smette di essere davvero politica.

Da molti anni racconti guerre, ingiustizie e potere attraverso la satira. Una vignetta può ancora aiutare a smontare la propaganda e a far vedere ciò che il linguaggio politico tende a nascondere?

Sì, può aiutare. Non penso che si facciano rivoluzioni con le vignette, ma possono essere molto utili, soprattutto perché stimolano il senso critico. La loro forza sta nell’essere uno strumento di comunicazione diretto e immediato, che arriva prima alla pancia e poi alla testa, non è un limite, è la natura del loro linguaggio. La vignetta ha un tempo di lettura rapidissimo, è un disegno con poche parole, a volte nessuna, e nel momento in cui la guardi l’hai già letta. A differenza di un editoriale, di un reportage o di un testo lungo, che puoi interrompere o non finire, la vignetta ti arriva comunque e ti colpisce subito. Proprio per questo suscita sempre una reazione, può essere, consenso, contrasto, indignazione, rabbia, fastidio. Ma una reazione la produce comunque, e questo è importante perché rompe l’indifferenza e mette in moto qualcosa. La vignetta non sostituisce l’analisi o il ragionamento lungo, ma può esserne un innesco potente e sollecitare una presa di posizione.

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