Resistenza, reinvenzione e rinascita: il femminismo contemporaneo di Anita Sonego
L'attivista ha proposto la sua visione nella rubrica Socialmente Bello
Nel mese della Giornata Internazionale delle Donne, parlare di donne significa parlare anche di resistenza: una resistenza che attraversa le generazioni. È una resistenza concreta, fatta di difesa di “spazi, corpi e possibilità di vita”. Anita Sonego è una storica attivista femminista della sinistra milanese. Insegnante e dirigente CGIL Scuola, dagli anni ’80 si impegna per l’autonomia delle donne e il lesbismo politico, contribuendo alla Libera Università delle Donne. Consigliera comunale dal 2011, promuove i “Tavoli delle donne” e la nascita della Casa delle Donne di Milano.
Se ti dico: resistenza, cosa ti viene in mente concretamente? E quali sono, secondo te, le forme di resistenza più importanti e urgenti in questo periodo?
Mi vengono in mente i palestinesi. A livello internazionale penso anche alle donne italiane che lottano contro il femminicidio e contro lo svuotamento di quel piccolo accordo che era stato preso, trasversalmente, per rispettare le donne che subiscono violenza. Le donne in Italia resistono su tanti campi, ma quello della violenza è davvero fondamentale. Poi penso alle donne afghane, alle donne in Iran. E, più in generale, a ciò che sta succedendo negli Stati Uniti: anche lì c’è resistenza, per esempio nella comunità LGBTQ+. Insomma, mi sembra che oggi la resistenza, e in particolare quella delle donne, sia molto estesa e necessaria.
Nel pensiero femminista si dice spesso che si vuole interpretare il potere in modo diverso da come lo hanno fatto gli uomini. C’è un’altra via?
È tutta da inventare. La prima cosa è la consapevolezza: loro hanno più “armi” perché hanno più esperienza. Io vivo nelle associazioni di donne da decenni: anche noi abbiamo molte miserie. Non dobbiamo farci abbattere dalla nostra incapacità, ma dobbiamo riconoscerla. Solo insieme, parlandone, forse troviamo un modo diverso. È difficile, ma va inventato.
“Insieme” tra donne o anche con gli uomini?
Prima tra noi donne. Poi, in certe situazioni, anche con uomini più consapevoli. Ho incontrato uomini che mi hanno fatto vedere che si può essere maschi in un altro modo. Esistono esperienze così. Ma serve ancora, per le donne, avere momenti di incontro tra loro, e poi anche con gli altri. Dobbiamo cambiare il mondo insieme.
Molti giovani affronteranno precarietà, affitti altissimi, paura del futuro. Come si collegano oggi femminismo e lotta di classe? Possono andare insieme?
Possono andare insieme: devono andare insieme. Anche perché ciò che succede nel mondo mostra i limiti di un femminismo essenzialista. Anche Non Una di Meno ha superato il separatismo: io credo che in certi momenti, per un periodo, il separatismo sia stato importantissimo, ma non basta. Io sono uscita dai gruppi politici della sinistra e ho passato almeno quarant’anni nel femminismo. Poi ho costruito anche associazioni LGBTQ+, ho fatto i Pride, e negli ultimi anni ho smesso persino di andarci perché vedo molta mercificazione. Oggi mi domando: dove sono finite le battaglie per i diritti sociali? È impossibile separarli: i diritti civili senza diritti sociali diventano privilegi civili, non diritti.
Tema fondamentale: la violenza maschile. Quali interventi concreti proteggono davvero le persone e le donne?
Educare alle relazioni e all’affettività è fondamentale, e bisogna continuare a farlo anche se la destra lo avversa. Io lavorerei molto sul potere e sull’insicurezza. I maschi, oggi, devono costruire un’identità diversa: non basata su prepotenza, possesso, possessività. Ma non si inventa da un giorno all’altro: hanno un’educazione millenaria. Bisogna capire che non è “colpa” avere certe spinte al possesso: è un retaggio. E parlarne libera: invece di reprimere e colpevolizzare, occorre nominare. Un ragazzo può dire che un “no” lo fa sentire sminuito: è importante che lo dica, che se ne discuta in classe. La mascolinità va ripensata: cos’è, oggi? Non lo so, devono cercarlo loro. Ma può stare in piedi anche senza potere e sopruso. La consapevolezza è la prima cosa.
Su Zainet nasce “Socialmente bello”, la nuova rubrica mensile che racconta storie di chi lavora nel sociale accanto ai giovani. Ogni mese vi porteremo dentro esperienze autentiche, spesso poco conosciute, ma capaci di lasciare il segno. Lo faremo attraverso interviste a operatori e beneficiari, per dare voce a progetti e iniziative che meritano attenzione. Perché queste storie sono opportunità reali: per chi cerca un impegno concreto, un’esperienza di servizio civile, o magari una strada nuova da percorrere nel proprio futuro. Non serve andare lontano per cambiare il mondo: basta iniziare da vicino, nelle scuole, nei quartieri, nei centri giovanili, nelle palestre popolari, nei circoli culturali. “Socialmente Bello” racconterà come il lavoro sociale ed educativo non è solo un mestiere: è una passione, una scelta, un modo per prendersi cura della città e delle persone, di sé stessi. E ha bisogno di energie nuove, di idee fresche, di sguardi come i vostri.
