Giornata della Donna, non c’è solo la resistenza in armi: c’è la resistenza della vita
Femminismo, potere e diritti sociali: dall’esperienza del ’68 alla Casa delle Donne, fino alla solidarietà concreta con le donne palestinesi, nelle parole di Anita Sonego per la rubrica Socialmente Bello
Nel mese della Giornata internazionale delle donne, parlare di donne significa parlare anche di resistenza: una resistenza che attraversa le generazioni, dal ’68 alle lotte di oggi contro precarietà, violenza, razzismo, guerra e repressione. È una resistenza concreta, fatta di difesa di **spazi, corpi e possibilità di vita**. Gli spazi sociali e femministi sono luoghi in cui si costruiscono relazioni, mutualismo, autonomia e cultura politica: proprio per questo spesso vengono attaccati o delegittimati. La storia della **Casa delle Donne di Milano** lo mostra bene: non è solo la difesa di un edificio, ma l’idea che la città debba avere luoghi dove organizzarsi, contare e cambiare le cose.
Da qui parte questa intervista ad Anita Sonego: per parlare di una resistenza lunga e quotidiana, capace di unire femminismo e giustizia sociale, con uno sguardo aperto anche sulle lotte di altri popoli oppressi, come le donne palestinesi.
Anita Sonego è una storica attivista femminista della sinistra milanese. Insegnante e dirigente CGIL Scuola, dagli anni ’80 si impegna per l’autonomia delle donne e il lesbismo politico, contribuendo alla Libera Università delle Donne. Consigliera comunale dal 2011, promuove i “Tavoli delle donne” e la nascita della Casa delle Donne di Milano.
Se ti dico: resistenza, cosa ti viene in mente concretamente? E quali sono, secondo te, le forme di resistenza più importanti e urgenti in questo periodo?
Mi vengono in mente i palestinesi. A livello internazionale penso anche alle donne italiane che lottano contro il femminicidio e contro lo svuotamento di quel piccolo accordo che era stato preso, trasversalmente, per rispettare le donne che subiscono violenza.
Le donne in Italia resistono su tanti campi, ma quello della violenza è davvero fondamentale. Poi penso alle donne afghane, alle donne in Iran. E, più in generale, a ciò che sta succedendo negli Stati Uniti: anche lì c’è resistenza, per esempio nella comunità LGBTQ+. Insomma, mi sembra che oggi la resistenza, e in particolare quella delle donne, sia molto estesa e necessaria.
Hai parlato dell’oggi. Ma ripercorrendo la tua storia: dal 1968 a oggi, cosa ti ha fatto capire meglio che cos’è la resistenza e la lotta delle donne? C’è un insegnamento particolare che ti porti dietro?
Mi porto dietro ciò che ho scoperto partecipando alle battaglie del ’68, da universitaria. Poi ho scelto un gruppo politico e, pur avendo come passione primaria la politica — nel ’68 pensavamo fosse bellissimo poter cambiare il mondo — mi sono accorta che, dentro un’organizzazione extraparlamentare anche molto democratica, la contraddizione forse più forte era la libertà delle donne. Anche all’interno della sinistra — quella che considero tuttora la “vera” sinistra — c’era una grande difficoltà, per i compagni, a uscire da certi schemi. Così ho abbandonato con dolore la “grande politica” per dedicarmi interamente a quella che allora si chiamava lotta femminista, e che lo è tuttora. L’insegnamento del ’68 per me è stato: primo, sognare di cambiare il mondo e lottare per farlo; secondo, capire che la battaglia più dura era quella della relazione tra uomo e donna, persino tra chi voleva fare la rivoluzione.
Le compagne, le femministe raccontano spesso, come hai detto anche tu, che la prima lotta, in quegli anni, era all’interno dei movimenti, del partito, con i compagni. Secondo te oggi è cambiato qualcosa o c’è ancora una battaglia interna da fare per l’uguaglianza di opportunità e diritti tra uomini e donne?
Nello specifico, credo sia cambiata soprattutto la coscienza delle donne. Gli uomini si barcamenano: alcuni hanno consapevolezza e anche forza psichica per accettare davvero la libertà delle donne, anche a sinistra. Frequentando il movimento LGBTQ+ e assistendo a tante assemblee di Non Una di Meno, vedo un cambiamento: in alcuni compagni c’è. E questo cambiamento, secondo me, permette anche a noi donne di accorgerci della nostra complicità col maschilismo. Io desidererei che un livello nuovo del femminismo affrontasse anche questo: la nostra complicità nella mancanza di libertà.
A volte ci sono persino vantaggi nell’avere meno potere. E poi penso che a noi manchi l’abitudine all’alleanza tra donne, è frutto anche della mia esperienza in consiglio comunale.
Mi interessa molto quello che dici. Sto lavorando da tempo, anche con alcune compagne, su potere e cessione di potere dentro le organizzazioni: potere verticale, orizzontale, e anche come “trasferire potere” nelle relazioni di aiuto, dove esiste un potere tecnico. Tu lo metti nella relazione uomini/donne e dici che c’è una “comodità” nel non avere potere. Me lo spieghi meglio?
Secondo me, in tutte le relazioni — anche le più limpide — serve consapevolezza. E soprattutto nelle relazioni sociali, tra chi ha meno potere e chi ne ha di più, non si possono cancellare le differenze. Per esempio: gli uomini sono più abituati ad allearsi e a gestire il potere, perché da millenni esercitano potere. Le donne, invece, sono abituate anche a trarre vantaggi dalla sottomissione: è difficile uscire da quella gabbia. Quindi la prima cosa è la consapevolezza.
Se parliamo di relazioni sociali: io lavoro alla Casa delle Donne, nel gruppo Intercultura. Ci troviamo di sabato perché molte donne — badanti, donne delle pulizie — sono libere quel giorno. Non è fingendo di essere tutte uguali che cambi le cose. Bisogna essere consapevoli dei propri privilegi e provare a costruire relazioni più paritarie, non per “buona volontà”, ma partendo dalla disparità reale: non posso cancellare che io ho studiato, sono laureata, ho privilegi; e dall’altra parte c’è chi non ha casa, chi lavora come badante, chi chiede aiuto.
Poi, però, sui vissuti troviamo qualcosa di comune: le feste nel paese, il rapporto uomo-donna nelle esperienze, i legami. Da lì può nascere unità, perché siamo tutte fragili e tutte bisognose di riconoscimento, a livelli diversi.
Il potere non lo cancelli: esiste il privilegio. Noi lavoriamo contro i privilegi, ma sapendo anche che, da certi punti di vista, noi siamo privilegiate.
Nel rapporto uomo-donna, questo privilegio è consegnato agli uomini da millenni: come lo affrontiamo da una prospettiva femminista?
Dalla mia esperienza in consiglio comunale, dopo anni di femminismo, ho potuto anche “ammirare” una cosa degli uomini: hanno un’esperienza millenaria nell’esercizio del potere. Trovano alleanze tra loro in quanto maschi, anche se sono di partiti diversi.
Un esempio: magari in consiglio comunale si massacrano a parole, destra contro sinistra; un minuto dopo vanno al bar insieme. Noi donne, se ci contrapponiamo, spesso non ci parliamo più: ci sentiamo ferite, entrano dinamiche affettive, pettegolezzi, contrapposizioni. Non è tutto male ciò che hanno gli uomini: avendo millenni di esercizio del potere, hanno più strumenti. Noi facciamo più fatica perché non abbiamo quella storia.
Quindi non abbiamo strumenti per gestire il potere con leggerezza? È anche un dato culturale legato a come siamo state cresciute?
Sì. Dovremmo riflettere su cosa significhi provare ad avere più potere, o fare politica, senza distruggerci. Loro hanno costruito una certa “leggerezza” nella gestione del potere.
Poi certo, il potere porta anche a orrori. Ma come genere loro lo esercitano da millenni e sanno farlo: dobbiamo guardare la realtà. Non è solo rivendicare: è anche riconoscere la nostra difficoltà nel gestire il potere.
Io spesso ho detto: perché non parliamo della “miseria” delle donne, della fragilità? Non per colpevolizzarci, ma perché la storia che abbiamo alle spalle pesa. E stiamo costruendo strumenti proprio in questi anni.
Nel pensiero femminista si dice spesso che si vuole interpretare il potere in modo diverso da come lo hanno fatto gli uomini. C’è un’altra via per le donne per assumere e gestire potere, senza replicare quei modelli?
È tutta da inventare. La prima cosa è la consapevolezza: loro hanno più “armi” perché hanno più esperienza. Io vivo nelle associazioni di donne da decenni: anche noi abbiamo molte miserie. Non dobbiamo farci abbattere dalla nostra incapacità, ma dobbiamo riconoscerla. Solo insieme, parlandone, forse troviamo un modo diverso. È difficile, ma va inventato.
“Insieme” tra donne o anche con gli uomini?
Prima tra noi donne. Poi, in certe situazioni, anche con uomini più consapevoli. Ho incontrato uomini che mi hanno fatto vedere che si può essere maschi in un altro modo. Esistono esperienze così. Ma serve ancora, per le donne, avere momenti di incontro tra loro, e poi anche con gli altri. Dobbiamo cambiare il mondo insieme.
Questa intervista si rivolge soprattutto a un pubblico giovane: ragazze e ragazzi delle superiori. Molti affronteranno precarietà, affitti altissimi, paura del futuro. Come si collegano oggi femminismo e lotta di classe? Possono andare insieme? Da dove si parte?
Possono andare insieme: devono andare insieme. Anche perché ciò che succede nel mondo mostra i limiti di un femminismo essenzialista. Anche Non Una di Meno ha superato il separatismo: io credo che in certi momenti, per un periodo, il separatismo sia stato importantissimo, ma non basta. Io sono uscita dai gruppi politici della sinistra e ho passato almeno quarant’anni nel femminismo. Poi ho costruito anche associazioni LGBTQ+, ho fatto i Pride, e negli ultimi anni ho smesso persino di andarci perché vedo molta mercificazione.
Oggi mi domando: dove sono finite le battaglie per i diritti sociali? È impossibile separarli: i diritti civili senza diritti sociali diventano privilegi civili, non diritti.
Perché la sinistra non riesce a costruire una sintesi tra diritti civili e diritti sociali? Spesso i diritti civili sembrano diventare un “orpello”, mentre i diritti sociali scompaiono dal discorso politico, quasi che si scelga di privilegiare i primi anche perché, molte volte, sono battaglie a costo zero. Eppure le persone sono intere: a che serve, per esempio, il matrimonio egualitario se poi manca il lavoro?
Sono d’accordo. Io ho fatto battaglie per i diritti civili (per esempio, a Milano, sul registro delle coppie di fatto). Ma oggi mi accorgo che è troppo comodo per la sinistra fare battaglie per i diritti civili: le fanno anche i borghesi illuminati. È facile sventolare certe “aperture” per mostrarsi avanzati. Ma se scindi i diritti, passi dalla parte dell’avversario. Ricordo una ragazza del mio gruppo lesbico che diceva: “Che senso ha lottare per la mia identità se poi non mangio?”. È questo. Pensare di essere di sinistra solo perché fai battaglie civili è una follia, se poi non tocchi lavoro, casa, redistribuzione.
Si usa molto la parola intersezionalità. Come si costruisce un movimento che non lasci indietro nessuno — persone trans e non binarie, migranti, persone razzializzate, con disabilità, chi vive precarietà — con una prospettiva davvero di sinistra?
Si può partire dall’umanesimo: dal riconoscere ogni soggetto. Un adolescente queste cose le sente dentro di sé: anche le proprie diversità. Servono una scuola e una cultura che mettano al centro le soggettività, perché anche noi siamo fatti di strati diversi. Gli ideali grandi — giustizia, uguaglianza, pace — diventano veri se costruiamo rispetto per ogni essere umano, con tutte le sue articolazioni.
La civiltà si sviluppa dove le persone possono comunicare e scambiarsi: il diverso non deve far paura, arricchisce. I giovani hanno bisogno di grandi sogni: solo i grandi sogni fanno fare le piccole cose, i cambiamenti necessari perché l’umanità non torni alla barbarie.
Io li ho visti alle manifestazioni per la Flottiglia a Milano: c’erano classi intere. Questo vuol dire che anche una causa lontana, come la Palestina, se la guardi dal punto di vista umano mobilita tantissimo. La Flottiglia era una testimonianza, e ha acceso più coscienze di molte rivendicazioni. Il centro è questo: l’umanità da salvare, dentro e fuori di noi.
Tornando alla resistenza: tu hai fatto una grande battaglia a Milano per la difesa degli spazi sociali. La battaglia per la Casa delle Donne, che valore ha avuto per te? E cosa ti ha insegnato su istituzioni e potere?
Per me era una battaglia politica: volevo spazi di libertà per le donne, diversi dagli spazi occupati e non istituzionali, ma allo stesso tempo volevo che l’istituzione riconoscesse il diritto delle donne ad avere spazi gratuiti. Un salto enorme: ottenere autonomia dentro un riconoscimento pubblico.
Sono stata fortunata: con la giunta Pisapia c’erano sei assessore donne che mi hanno sostenuto e siamo riuscite ad avere questi spazi. Poi è stato rinnovato, ma quattro anni fa, al momento di rinnovare, pur con una giunta “di sinistra”, sono nati ostacoli. Abbiamo dovuto farci aiutare da un avvocato.
Il Comune diceva: “Perché dovete avere questo spazio? Dovete condividere metà con un centro comunale”. Dentro la Casa delle Donne ci fu discussione: alcune dicevano “piuttosto rinunciamo”, altre “cediamo una parte”. Io dicevo: no, è questione di principio. È il riconoscimento di uno spazio autonomo, non un’appendice comunale.
Ho avuto un incontro col sindaco Sala: mi ha trattato malissimo. A un certo punto gli ho detto: “Sindaco, voi ci dovete risarcire da millenni di disuguaglianza, quindi dovete darci quello spazio”. Lui si è alzato e se n’è andato.
Alla fine, con una battaglia enorme, l’abbiamo ottenuto. Io oggi sono presidente onoraria: non ho più la stessa energia. Vedremo cosa succederà quando scadrà l’assegnazione. Ma è stata una vittoria politica, almeno fino a ora.
Altre case delle donne sono nate da occupazioni (Roma, per esempio). A Firenze addirittura il Comune ha “creato” la Casa delle Donne per prestigio. Noi, invece, volevamo un’autonomia riconosciuta dalle istituzioni, dentro il patrimonio pubblico, che è di tutte e tutti.
Sei anche una grande attivista per la Palestina. Come si parla della resistenza delle donne palestinesi in modo serio, senza slogan? E cosa significa solidarietà concreta oltre le parole?
Ti faccio un esempio dalla Casa delle Donne. In questi mesi, tramite una compagna che ha vissuto a lungo in Palestina e parla arabo, siamo rimaste in contatto con la presidente di una grande associazione a Gaza contro la violenza sulle donne. Abbiamo trovato modi per inviare fondi nonostante i blocchi bancari: mandavamo in Giordania e da lì venivano inoltrati. Questa associazione è rimasta in piedi: offre assistenza ginecologica, sostegno psicologico.
Quindici giorni fa abbiamo fatto un incontro via Zoom: prima registrato, perché le domande erano in arabo e poi tradotte. Poi abbiamo fatto un’assemblea alla Casa delle Donne e abbiamo parlato concretamente dei problemi e delle pratiche.
Noi spesso pensiamo alle donne palestinesi solo come vittime, ma ci sono associazioni fortissime. È venuta anche una psichiatra palestinese di Gerusalemme, che ha lavorato sulla salute mentale: cura uomini e donne, usa la sua cultura, ha studiato anche in Europa. C’è una vita che continua nonostante tutto: e questa è resistenza. Non c’è solo resistenza armata, c’è la resistenza della vita, del tenere in piedi relazioni e cura. E questo si può sostenere concretamente, dando spazio a ciò che le donne riescono ancora a fare nonostante la devastazione.
Tema fondamentale: la violenza maschile. Siamo immagino d’accordo che non servono pene più dure e retoriche securitarie, quali interventi concreti proteggono davvero le persone e le donne?
Educare alle relazioni e all’affettività è fondamentale, e bisogna continuare a farlo anche se la destra lo avversa. Io lavorerei molto sul potere e sull’insicurezza. I maschi, oggi, devono costruire un’identità diversa: non basata su prepotenza, possesso, possessività. Ma non si inventa da un giorno all’altro: hanno un’educazione millenaria.
Bisogna capire che non è “colpa” avere certe spinte al possesso: è un retaggio. E parlarne libera: invece di reprimere e colpevolizzare, occorre nominare. Un ragazzo può dire che un “no” lo fa sentire sminuito: è importante che lo dica, che se ne discuta in classe. La mascolinità va ripensata: cos’è, oggi? Non lo so, devono cercarlo loro. Ma può stare in piedi anche senza potere e sopruso. La consapevolezza è la prima cosa.
Quindi si parte dal dialogo, ci si deve domandare da dove viene la sopraffazione.
Sì. La sopraffazione viene dall’insicurezza. Se sei sicuro della tua identità, non hai bisogno di schiacciarti su qualcuno che ritieni più debole. Che forza è quella di assoggettare qualcuno per sentirsi forte? Se hai bisogno di questo, allora sei un vigliacco.
In sintesi, con le parole di Anita possiamo affermare che la resistenza non è una parola da anniversario: è una pratica quotidiana. È difendere uno spazio sociale quando lo vogliono chiudere, è stare accanto a chi subisce violenza o razzismo, è organizzarsi quando ti dicono che “non cambia niente”. È costruire legami, mutualismo e conflitto, insieme.
Se questa intervista ti lascia qualcosa, portala fuori dalla pagina: parla con le persone attorno a te, cerca un collettivo, una Casa delle Donne, un’associazione, un sindacato di base, un gruppo transfemminista nel tuo quartiere. La storia non è finita: si scrive nelle vite, nelle strade e nelle scelte di ogni giorno. E la resistenza, quando è collettiva, diventa futuro.
