“L’identità non si perde con l’integrazione, si arricchisce”
Parlare di immigrazione vuol dire spesso rimanere intrappolati in statistiche senza volto, eppure dietro quei numeri ci sono storie silenziose, fatte di partenze difficili, coraggio e rinascita che meritano di essere ascoltate
LGNET3Roma è un progetto di Roma Capitale gestito da Arci Solidarietà che rafforza il sistema di accoglienza e integrazione socio-sanitaria delle persone migranti e rifugiate sul territorio romano. Questa è una rubrica di Mandragola e Liceo classico Dante Alighieri di Roma, che racconta storie di persone migranti, per imparare a conoscere le persone e andare oltre gli stereotipi.
Zeina ha 25 anni, viene dalla Siria ed è arrivata in Italia due anni fa. Questo periodo per lei è stato soprattutto un percorso di scoperta: sta conoscendo meglio se stessa e sta iniziando una nuova fase della sua vita. All’inizio non è stato semplice e non lo è ancora, ma ha imparato la lingua, ha cercato di adattarsi alla società e di trovare il suo posto passo dopo passo. Ha partecipato a molte attività sociali e interculturali che l’hanno aiutata a crescere, ad aprirsi e a sentirsi parte della comunità. Studia architettura, ma sta anche riflettendo sul suo futuro: le interessa molto avvicinarsi a un percorso legato alle scienze sociali e amministrative, perché vorrebbe costruire un nuovo ambito professionale nella sua vita. Il suo obiettivo non è solo crescere personalmente, ma anche aiutare gli altri, soprattutto le persone straniere, a orientarsi meglio, sentirsi meno sole e non affrontare le stesse difficoltà che spesso vivono quando arrivano in un nuovo Paese.
Spesso quando si parla di immigrazione, si pensa a quella dall’Africa verso l’Europa. Invece una parte molto consistente dei flussi arriva proprio dal Medio Oriente, dove i paesi occidentali hanno giocato e giocano ancora un ruolo decisivo nel creare instabilità e guerra. Perché hai deciso di partire dalla Siria?
In realtà non è corretto dire che ho deciso di partire dalla Siria, non è stata una scelta libera. Io sono cresciuta con la guerra che è iniziata quando avevo circa 10 anni, nonostante tutto per anni non ho mai pensato di lasciare il mio Paese, la mia famiglia, la mia vita. Non credevo che valesse la pena lasciare tutto indietro nemmeno per avere un futuro più sicuro, poi il destino ha deciso diversamente: sono stata scelta come la prima studentessa di architettura siriana per partecipare a un progetto di scambio culturale mentre frequentavo il quinto anno. Nel periodo in cui per i siriani era quasi impossibile viaggiare io ho ottenuto il visto, sono partita e da lì è iniziato tutto.
Quando in Italia si parla della Siria, spesso lo si fa solo in relazione alla guerra: cosa pensi manchi nel modo in cui viene raccontato il tuo Paese?
Manca quasi tutto, si parla poco della storia, della cultura, della vita quotidiana, delle persone che hanno perso il loro diritto a vivere una vita normale. Oggi i siriani sono ovunque e in molti contesti stanno dando contributi positivi e concreti, la Siria è una terra fatta di autenticità, tradizioni forti, cultura profonda e vita sociale ricca. C'è tantissimo da raccontare che non viene mai raccontato perché la narrazione resta bloccata su un'unica immagine.
All’inizio non è stato semplice: quali sono state le difficoltà più grandi nei primi mesi e cosa ti ha aiutata, concretamente, a superarle?
La vera difficoltà non è stata all'inizio, che è difficile per chiunque inizi iuna nuova vita in un nuovo Paese. In quel momento si hanno tante energie e capacità di assorbire tutto, la difficoltà più profonda arriva dopo. Ora dopo due anni e mezzo sono in una fase più complessa: trovare il mio percorso, stabilizzarmi davvero, costruire qualcosa di solido, e con il tempo si sente di più la mancanza della propria terra, della famiglia, ma anche della vita che ho lasciato indietro. L'energia iniziale diminuisce e resta la lotta concreta per arrivare ai propri obiettivi, che non è affatto semplice. Con la guida di persone che ho incontrato durante il percorso sto superando questo momento ma il lavoro più grande spetta a noi stessi.
Hai imparato l’italiano e partecipato a molte attività sociali e interculturali: quanto è stato importante, per sentirti parte della comunità, uscire dall’isolamento e metterti in gioco?
È fondamentale il ruolo della lingua italiana, ma per i primi sei, otto mesi mesi non l'avevo imparata, non avevo neanche una comunità italiana attorno a me, poi un caro amico mi ha spinto a iniziare seriamente con la lingua e ho capito che non si può vivere in un paese senza conoscere anche la sua lingua. Studiare in una scuola ha significato molto per me, per la prima volta ho sentito che la mia voce veniva ascoltata, che avevo qualcosa da dire che poteva avere valore per gli altri e paradossalmente questa sensazione non l'avevo mai provata neanche con la mia lingua madre e nel mio paese. Questo mi ha motivata molto non solo per integrarmi ma anche per spiegare chi sono, da dove vengo, cosa è davvero la Siria e chi sono i siriani.
Molte persone pensano che chi arriva in un nuovo Paese debba solo “adattarsi”: cosa significa davvero, per te, trovare il proprio posto senza perdere la propria identità?
Adattarsi è giusto quando si vive in un nuovo Paese, è naturale rispettare la cultura, le leggi e il nuovo contesto sociale, siamo in certo senso cittadini del mondo ma anche ospiti in un sistema già strutturato. Io non posso arrivare a pretendere di cambiare la struttura del paese che mi accoglie, ma bisogna anche capire che adattarsi non significa affatto cancellare la propria identità, per me significa costruire un ponte tra le due culture. Io sono orgogliosa di essere siriana e questo non cambia con un documento diverso: se un giorno otterrò la cittadinanza italiana non significherà mai smettere di essere siriana, ma avere diritti, sicurezza, dignità come essere umano. L'identità non si perde con l'integrazione, si trasforma, si arricchisce ma resta.
